martedì, settembre 12, 2006

C'era una volta il West

Ecco in foto il famoso bandito Lazy the Gavettoner, pistolero famoso più per la sua classe che per la velocità della sua pistola. Egli era solito vincere con l'astuzia i rari duelli in cui veniva (suo malgrado) coinvolto.
Ha ucciso Billy the Kid cantandogli la sua ninna nanna preferita, quella che gli cantava sempre la vecchia madre, e facendolo addormentare in una pozza di abbeveraggio per i cavalli. Il povero Billy avrebbe probabilmente galleggiato per tutta la durata del pisolino se l'astutissimo Lazy non gli avesse legato al collo un'incudine da 25 chilogrammi.
Ha fatto sparire (eh si, perché nessuno ne ha trovato i resti) il famigerato Butch Cassidy. Si dice lo abbia sepolto vivo in una vecchia miniera, convincendolo ad entrare nell'oscuro cunicolo con il miraggio di un sacco di pepite d'oro per fargli poi esplodere alle spalle l'unico ingresso disponibile; casualmente, quell'unico ingresso costituiva anche l'unica via d'uscita.
Ha reso Calamity Jane una povera casalinga frustrata, facendole sfornare 7 gemelli (è stato il primo parto ettagemellare del West) e costringendola a preparare manicaretti da mane a sera. La lasciò con i pargoli promettendole di tornare appena lei avesse imparato a cucinare gli spaghetti alle arselle. Si dice la poveretta stia ancora cercando di capire cosa siano gli spaghetti; le arselle, invece, aveva ben pensato di sostituirle con le lingue di gatto.
L'ultima storia su Lazy the Gavettoner che gira per le lande desolate del selvaggio West risale al 3 Settembre scorso, quando si ritrovò invitato alla festa della tosatura dei bovini gemelli, presso il Ghiani's Corral. Sapeva bene che quell'invito nascondeva qualcosa di losco, ma il suo animo avventuriero ed impavido lo portò ad accettarlo senza un briciolo di paura.
Giunse sul luogo nel primo pomeriggio, con un sole caldo e accecante che dominava la prateria. Il cancello era chiuso e i feroci cani addestrati alla guardia corsero subito verso di lui digrignando i denti ed abbaiando violentemente. Senza battere ciglio, Lazy scese da cavallo lentamente, assicurò il suo destriero e si diresse dritto verso i cani, guardandoli dritti negli occhi con sguardo penetrante. Sarà stato il suo sguardo, sarà stata la sua spaventosa presenza fisica, uno dei cani invertì la marcia e, con la coda fra le gambe, corse via tra guaiti sconnessi e timidi latrati. Qualcuno dei presenti giurò di aver sentito uscire dalla bocca del cane anche dei miagolii, degli squittii alcuni gracidii e persino una canzone di Paola e Chiara, ma nessuno gli diede credito. Il secondo cane stava comunque avvicinandosi al nostro prode pistolero il quale, in tutta calma, estrasse la pistola, la puntò alla testa dell'animale sollevando il cane (quello della pistola, non l'animale) preparandosi a fare fuoco. Arrivato a un passo dal canide, con mossa rapida e possente, gli strinse la gola nella mano sinistra e gli puntò la pistola sul muso. Il cane capì e pensò (non lo disse solo a causa di una laringite che lo aveva colpito giorni prima): "Tu sei il mio padrone". Lazy, nella sua immensa magnanimità, lo lasciò vivere.
In quel momento, attirata dal latrare dei cani e dal sublime profumo della colonia del nostro pistolero, giunse una vecchia conoscenza: Calamity Pasty.
Lazy si voltò di scatto ed ebbe un sussulto nel vedere com'era cambiata. Aveva perso almeno 60 chili ed aveva finalmente dismesso gli abiti da matrona che portava quando gestiva un bordello a Guasillon City. A quei tempi, la "Piccola Pasty" (come la chiamavano abitualmente i distinti frequentatori del suo locale) aveva un debole per Lazyto (così lo chiamava lei) e quest'ultimo era sempre costretto a fuggire dalla finestra per evitare che il quintalico corpicino della Piccola finisse non troppo casualmente sopra di lui.
Gli ci volle un po' per riprendersi dalla sorpresa. Nel frattempo il canide rischiò di morire soffocato, perché la stretta di Lazy era possente come quella di una morsa fatta con il Pongo. La Piccola Pasty che aveva davanti agli occhi contrastava con l'immagine pingue che aveva nella mente. La donna vestiva come una moderna Daisy Duke (come facesse a conoscerla il Lazy, questo è tuttora un mistero), con dei pantaloni attillati, una camicia blu che le copriva a malapena il procace (Oddio no! Era dimagrita anche li!) seno e degli stivali con degli altissimi tacchi a spillo; dopo il suo passaggio ci si potevano seminare gli occhielli, visti i buchi che lasciava sul prato. Ma quello che più colpì il nostro fu la pistola che teneva ben stretta nella mano destra, maneggiandola con perizia e bravura che non erano certo associabili ad una vecchia matrona.
Non ebbero neppure il tempo di scambiarsi una parola quando sentirono degli ululati familiari: uno sparuto gruppo di indiani Cippirimochi correvano rapidamente verso di loro.
Ma l'astuzia del Lazy e la ritrovata agilità della Piccola Pasty permisero loro di non farsi sopraffare: il pistolone di Lazy finì subito puntato alla nuca dello sciamano del gruppo, tale Otacovva, che continuava ad agitare il manico di scopa che aveva in mano come se volesse richiamare la pioggia acida. I due guerrieri, dal canto loro, puntavano la punta delle loro frecce verso il viso imperscrutabile e cattivo del Lazy. Piccola Pasty non si sforzò troppo in questo frangente, aveva addirittura messo la pistola nella fondina, quasi fosse complice. Quasi....? D'Oh!
La situazione si capovolse in un attimo. Calamity Pasty si allontanò lentamente ridacchiando sotto i baffi ormai in ricrescita. Lazy la sentì urlare tra le risate frasi del tipo "Io sono dio", "Il mondo è mio", "Tanto muori gonfio". La situazione, quindi, divenne tragica.
Lo sciamano Otacovva continuava ad agitare la scopa in preda ad un delirio da trance prolungata (o da oppio tagliato male).
La sqaw Ancilapunche (che tradotto significa "Svegliata con Rutto") puntava il suo arco contro la nuca scoperta dell'impavido Lazy.
Il guerriero Unga-Munchi (trad: "Coscia di elefante indiano che vive vicino a Kualalumpur nonostante sia nato vicino a Bombai da madre africana e padre ignoto") prendeva di mira l'orecchio destro del coraggioso cowboy.
L'azione di Lazy fu rapida; puntò il pistolone dritto verso il basso ventre di Unga-Munchi e gli disse queste parole: "Quando un uomo con la pistola incontra un indiano Cippirimochi (trad: "con l'arco dalle frecce spuntate e con una mira pari a quella di un pipistrello orbo a mezzogiorno"), l'indiano Cippirimochi è un indiano morto. Se non ve ne andate faccio rotolare le tue tre palle (gli indiani Cippirimochi sono famosi per averne 3) spelacchiate per tutta la prateria!". Sentendo il tono deciso del pistolero e avendo inspiegabilmente compreso le sue parole, il gruppetto di indiani abbassò gli archi e ripose le frecce. Solo lo sciamano continuò la sua danza ancora per qualche momento, fino a quando Ancilapunche non si prodigò in uno di quei rutti che le valsero il nome, svegliando Otacovva dalla sua oppiacea trance.
Lazy non perse tempo. Corse verso il suo cavallo, vi montò di corsa e galoppò veloce, seguendo una nuvoletta di polvere in lontananza: Calamity Pasty che cavalcava via.
La raggiunse e la sfidò a duello. Lei non poté rifiutarsi. L'epilogo è scontato. Vi dico solo che a Lazy bastò un unico colpo. Dopo averla stesa si avvicinò a lei. Respirava ancora. Sembrava voler dire qualcosa. Sicuramente l'amore della pingue Piccola Pasty non era scivolato via assieme ai chili perduti; si, con l'ultimo respiro, la ora affascinante Calamity Pasty voleva dichiarare il suo amore eterno.
Lazy avvicinò il suo orecchio alle labbra di lei e...
"Brutta merda..." furono le parole pronunciate tra rantoli soffocati. E spirò. "Beh" pensò Lazy "sempre meglio che morire gonfi!". Diede istruzioni per la sepoltura, che pagò profumatamente (che cavaliere!).
Ora, tutto quello che Lazy the Gavettoner desiderava era tornare a casa dalla sua adorata Calamity Jane, sperando che finalmente gli cucinasse qualcosa di commestibile invece dei soliti hamburgher bruciati, sperando che i 7 marmocchi ora fossero abbastanza grandi per smettere di pisciacchiare e scagazzare sulla sua pelle di bisonte preferita, sperando che a Calamity fosse passato quel famoso mal di testa che l'aveva assalita alla nascita dei magnifici 7.
Ma tutte queste speranze potevano aspettare. Non si sarebbe certo messo in viaggio prima di gustarsi il meritato riposo sull'amaca rubata dal ronzino di Calamity Pasty. Mentre riposava beatamente, nel pieno del dormiveglia, gli sembrò di sentire una vocina nella sua mente che continuava a ripetere "Brutta merda! Brutta merda! Brutta merda! Brutta merda....."

lunedì, settembre 11, 2006

Amici miei

Quanti amici avete?
E' una domanda ricorrente, ma profondamente egoista e, se vogliamo, completamente sbagliata. Ci si preoccupa tanto di avere degli amici che non ci si occupa affatto di essere un Amico.
Eh si, perché un Amico non si aspetta nulla dall'altro, ma fa di tutto per lui, senza bisogno che gli venga chiesto. E se gli viene chiesto fa il doppio, perché l'Amico che chiede è un Amico disperato.
Amicizia è impegno gravoso quanto appagante; essere un Amico è dare se stessi, avere degli amici è prendere per se stessi.

domenica, settembre 10, 2006

Balla coi lupi

Ieri sera ero un po' stanchino (come disse Forrest Gump al termine della sua "corsetta") e me ne sono rimasto a casa. Ero assonnato, ma avendo pisolato di tanto in tanto durante la giornata, non lo ero abbastanza da mettermi a dormire troppo presto. Effettivamente avevo in corpo anche una buona dose di malinconia che mi ha fatto prendere la (non troppo difficile) decisione di violentarmi. Così mi sono rivisto Balla coi lupi.
Quando guardo un film solo soletto, nell'intimità protetta del mio piccolo soggiorno, mi immergo totalmente nella visione, incurante di tutto e tutti; mi faccio avvolgere e riempire dalle sensazioni di immagini e suoni, coinvolgendo (non so come) non solo vista e udito ma tutti e cinque i sensi. Mi succede la medesima cosa con la lettura di un libro, ma le sensazioni in questo caso sono diluite nel tempo quindi, in qualche modo, vengono stemperate, attutite, dilazionate, come fossero il pagamento rateale di un'emozione enorme.
Balla coi lupi è un film che dura la bellezza di 3 ore e 40 minuti (precisi precisi, ho controllato) ed è un crescere continuo di intensità narrativa ed emozionale. Parla di guerra, di onore, di amicizia, d'amore e di follia. Parla di popoli che si incontrano e si scontrano, si conoscono e si odiano, si cercano e si uccidono. Ma tra la generalità dei popoli vince l'unicità dei singoli. Ed è così che il tenente John J. Dunbar entra a far parte della tribù dei Sioux, conquistandoli con la sua onestà, la sua lealtà ma soprattutto con la sua violenta curiosità di conoscere il popolo pellerossa.
Ed è così che mi sono ritrovato a sfogare le sensazioni in eccesso, quelle che il mio corpo non riusciva a reggere, in un versamento di liquido trasparente dalle ghiandole lacrimali principali ed accessorie di cui il mio corpo è provvisto.
E' accaduto quando Sisko (o forse si scrive Cisco, chissà) era a terra, con Shumani tatanka oh wha chi ("Balla coi lupi" in linguaggio Lakota, anche se non sono affatto certo di averlo scritto correttamente) chino su di lui che cercava di rassicurarlo.
E' accaduto anche quando Due calzini rimaneva fermo nonostante gli sparassero addosso, perché vedeva il suo amico legato sul carro.
Ed è accaduto ancora quando Vento nei capelli ha urlato al cielo e alla terra la sua amicizia nei confronti di Balla coi lupi, mentre quest'ultimo lasciava l'accampamento per amore della (ormai) sua tribù.
A inizio film l'accumulo di emozioni non era ancora sufficiente a scatenare la fuoriuscita di liquidi, ma la cavalcata del tenente John Dunbar a pochi metri dalla linea sudista è incredibilmente epica ed allo stesso tempo romantica da far veramente accapponare la pelle.
Ed alla fine, sui titoli di coda, dopo essermi passato le mani sul viso per cancellare le prove, stavo bene.
Mi sono alzato dalla poltrona rossa, ho scelto una delle tante porte che danno sul corridoio e, dopo averne superato la soglia, l'ho richiusa alle mie spalle.

giovedì, settembre 07, 2006

"Amor, ch’a nullo amato amar perdona, ...

... mi prese del costui piacer sì forte che, come vedi, ancor non m’abbandona."
Così scrive il Sommo Poeta nella terzina 103, quinto canto, prima cantica.
Ier sera mi trovavo (come troppo spesso accade) in libreria, con I Fantastici Quattro al completo:
la donna invisibile (in effetti non è lei ad essere invisibile ma lo diventa il resto del mondo, quando si toglie gli occhiali), l'uomo torcia (che è una donna, ma quando si accende in una discussione in cui non è affatto d'accordo con la vostra opinione brucia allo stesso modo), la cosa (che ve lo dico a fare?) e l'uomo allungabile (io, ovviamente. L'uomo allungabile, il sogno segreto di ogni femmina bramosa di sesso estremo. Purtroppo la mia mutazione genetica non è stata proprio perfetta e al momento mi si allunga solo il naso. Sogno tramontato).
Mi ero ripromesso di non comprare altri libri (ne ho una ventina in attesa di lettura e qualche altro in arrivo) ma alla fine non ho resistito alla tentazione di uscire con qualcosa in mano (non fate i maliziosi, tanto lo so a cos'avete pensato!). Ho preso un fumetto giapponese (leggermente osé, ma non l'ho preso per quello) e un libro di aforismi. Non ne ho mai avuto uno ma sfogliandolo e leggendone qualcuno mi è venuto da sorridere su quanto certe mie idee siano in voga da diversi secoli e quanto siano stati bravi gli autori a riassumerle in un pensiero di pochissime parole.
Come come? Non sapete cos'è un aforisma? Vabeh, oggi mi sento buono. Cito testualmente dallo Zingarelli: "Breve massima che esprime una norma di vita o una sentenza filosofica".
Nel libro che ho preso, gli aforismi sono divisi per categorie. Visto il titolo del post (giusto per restare in tema) mi diletto a snocciolarne qualcuno sull'Amore.

Non sono affatto contrario al baciamano alle signore. Bisogna pur cominciare da qualche parte.

Il signor S. Guitry ne sa una più del diavolo (ammesso e non concesso che il diavolo esista e ne sappia qualcuna). Perché negare l'esigenza del contatto fisico con l'altro sesso? A prescindere dall'ironia presente in questo aforisma, è innegabile la necessità dell'uomo (e della donna) di dare e ricevere dimostrazioni d'affetto, di ricercare nel corpo dell'altro/a quel calore più o meno effimero che trasmette quasi inconsapevolmente. Guardare un bel film disteso sul divano con una donna tra le braccia, sia essa amante o semplicemente amica, non è peccato; il vero peccato è non farlo.

Se uno ti porta via la moglie, non c'è peggior vendetta che lasciargliela.
Ancora una volta, il signor Guitry supera il buon vecchio satanasso. Lo ammetto, questo aforisma va un po' fuori tema. Parla di matrimonio e non d'Amore e, come ben sappiamo tutti, le due cose non sempre
vanno di pari passo. Il luogo comune della moglie rompiscatole che si regalerebbe volentieri è oramai talmente radicato che probabilmente la stragrande maggioranza degli uomini sposati si dirà totalmente daccordo con questa massima. Ma si sa, tra il dire e il fare c'è di mezzo il ma...trimonio.

Che una donna conceda i suoi favori o che li neghi, le fa sempre piacere che glieli si chieda.
Ovidio, a quanto sembra, era un profondo conoscitore dell'animo femminile. Il gusto di essere corteggiate, desiderate, a volte anche chiacchierate è talmente radicato nelle donne che, con buona probabilità, hanno un gene apposito che lo regola. Purtroppo per le donne, l'arte del corteggiamento ha cominciato il suo declino con l'avvento del femminismo e dell'emancipazione femminile; l'uomo ha anch'esso scoperto questo gusto, facendolo proprio e "dimenticando" le gioie del corteggiamento verso una donna e, perché no, la forte e malinconica emozione di ricevere un due di picche. Oggi non si vuole più rischiare (non mi escludo dalla massa, mea culpa) senza neppure conoscerne bene il motivo.

Io ho preso una decisione: cedere alle donne subito. Dal momento che finisce sempre così, economizzo le spese di guerra.
A. Karr doveva essere un bravo finanziere, forse un imprenditore di grosso calibro o un armatore. Ha compreso subito quale fosse l'uscita più pesante sul budget alla voce "rapporto con l'altro sesso": le discussioni con le donne. Generalmente, partono da futili motivi per degenerare in accuse e recriminazioni da far invidia all'alterco amoroso di questi giorni tra George W. Bush e Mahmud Ahmadinejad. Se si è fortunati, tutto nasce dal bisogno di ravvivare la giornata e per la voglia di "far pace" (quant'è bello, mamma mia).


L'uomo è di fuoco, la donna di stoppa, il diavolo arriva e soffia.
M. de Cervantes, in questa sua massima, ammette l'esistenza del diavolo (per la gioia della donna invisibile). In effetti però non so quanto la donna moderna sia felice di essere definita "stoppa".

Piccolo avviso: da questo punto in poi ho scritto con una pizza e tre bicchieri di cannonau scadente in corpo.

L'amore non deve implorare e nemmeno pretendere. L'amore deve avere la forza di diventare certezza dentro di sé. Allora non è più trascinato, ma trascina.
H. Hesse. Quanto è raro che
questo accada? Devono verificarsi tanti eventi tutti insieme, nella sequenza precisa e carichi di una non trascurabile intensità. Per prima cosa, ci dev'essere un interesse reciproco; questo è un evento quasi inconscio, non abbiamo alcun controllo (benché qualcuno s'illuda del contrario) sul suo verificarsi. Secondo (ma non per questo meno importante) evento, è la volontà e capacità di mettersi in gioco, di aprirsi, di lasciarsi scoprire. Questo evento è invece legato alla razionalità, alla coscienza, alla propria riflessione. Ed è proprio questo che, solitamente, non si riesce a fare.

"Vostra moglie è una rosa", dicevano ad un poeta cieco. "Lo immaginavo dalle spine", rispondeva lui.
A. Karr sta diventando il mio mito. In questo caso, in una frase apparentemente ironica e banale, ha racchiuso un significato ben più profondo. Una rosa avrebbe lo stesso fascino senza le sue spine? Certo che no. Come godere dei picchi di felicità senza prima raggiungere strapiombi di sconforto? Ben venga la donna combattiva, che tiene testa, che sa il fatto suo, ma che sia anche sincera e ami senza remore.

Gli uomini vorrebbero essere il primo amore di una donna. Questa è la loro sciocca vanità. Le donne hanno un istinto più sottile per le cose: a loro piace essere l'ultimo amore di un uomo.
Dal punto di vista di O. Wilde credo sarei una donna, ma oramai il mondo è talmente confuso che dire uomo o donna è come dire cioccolato nero o bianco (lo confesso, sono al quarto bicchiere). Se fosse veramente come dice il vecchio Oscar, le donne dimostrerebbero un'intelligenza nettamente superiore a quella dell'uomo. Personalmente credo nella profonda diversità tra i sessi, senza per questo volerne elevare nessuno. Ed è per questo che amo le donne; perché sono diverse da me.

E' così dolce essere amati che ci accontentiamo anche dell'apparenza.
E. D'Houdetot, ma che tristezza. Che ci frega dell'apparenza se non ne sentiamo la sostanza? Forse intendeva dire la speranza, perlomeno lo spero (che bel gioco di parole. Farò finta di averlo scelto di proposito. Poi ovviamente mi ricorderò di cancellare questa nota prima di pubblicare l'articolo), altrimenti licenzierei il redattore che ha scelto questa massima e la categoria in cui inserirla.

Calma non può esserci nell'amore, perché quel che si è ottenuto è sempre solo un nuovo punto di partenza per desiderare di più.
Confermo, sottoscrivo e m'inchino di fronte a sì tanta verità. M. Proust conosceva bene il desiderio infinito dell'uomo di elevarsi sempre più in alto, di raggiungere obiettivi sempre più complessi, di desiderare sempre qualcosa di più di quanto si ha. E' questo che ha spinto il progresso, la sete di conoscenza e la curiosità dell'uomo: il non accontentarsi mai. Ma come si può pensare allora che un rapporto d'amore con la stessa donna duri per tutta la vita? Perché non è in un altra donna che si può ottenere di più, ma alla donna che si ama e si stima si può chiedere di meglio, facendo crescere il rapporto, inventando nuovi modi di viverlo e crescendo insieme, così da creare in due i punti di partenza e di arrivo dei desideri di entrambi.

L'amore nasce di nulla e muore di tutto.
Come Tafazzi nel suo gesto istrionico che riassumeva l'essenza univoca della comicità, A. Karr ha racchiuso in nove parole l'essenza dell'Amore. La nascita di un Amore è indescrivibile, irrazionalizzabile e inspiegabile. La sua morte può avere invece miriadi di validi motivi, cause, colpe, responsabilità, la risoluzione di nessuno dei quali può provocare la rinascita dell'Amore perito. Per questo l'Amore va vissuto appieno quando l'abbiamo, perché quando non l'abbiamo ci mancherà. Da morirne.

Amare è trovare la propria anima attraverso l'anima dell'amato. Quando l'amato si ritrae dalla tua anima allora la tua anima è perduta.
Nessun commento. Solo un inchino a
E. Lee Masters.

PS: so che la foto non c'azzecca molto con l'Amore, ma voglio ridurre al minimo la pubblicazione di foto trovate in giro per la rete ed invece utilizzare quelle di cui dispongo sul mio macinino. Se l'amore di Alessia per il mio scalpo non vi sembra abbastanza, beh... arrangiatevi.

lunedì, settembre 04, 2006

Malinconia puttana

Prendi una sera a cena con gli amici. Cerchi di concentrati su ciò che vedi e senti, ma tu non ci sei. La tua presenza fisica è certa, ma i tuoi pensieri sono altrove. Vagano in cerchio, spesso intorno al nocciolo del problema che ti affligge, senza riuscire a coglierlo e affrontarlo. Non sei triste e non sei felice. Non sei sereno ma neppure sei inquieto. In una parola: sei malinconico.
Ma cos'è la malinconia? Non è sicuramente una malattia da combattere. Tanti la temono più della lebbra, molti le sfuggono correndo come dannati, alcuni la affrontano, pochi la "vivono". Personalmente ritengo sia un'arma a mia disposizione piuttosto che uno stato d'animo da combattere. Si, perché credo fermamente che la malinconia sia la mia arma contro la tristezza e lo sconforto, ma soprattutto contro l'inquietudine e l'oscurità.
La malinconia è una zona d'ombra, un limbo, un corridoio sempre aperto tra l'oscurità e la serenità; ci si può passare in qualunque momento e quando ci sei dentro puoi andare dove ti pare, perché è un corridoio con molte porte e tutte queste porte sono socchiuse. A volte arriva qualcosa o qualcuno che ne spalanca qualcuna e ne chiude qualcun'altra, ma mai con la chiave; è sufficiente girare la maniglia per riaprirla.
Come si può temere un corridoio? I corridoi ci regalano la possibilità di scegliere la stanza in cui entrare; ci danno anche la possibilità di guardare dal buco della serratura se vogliamo, oppure dallo spiraglio lasciato dalla porta socchiusa. Abbiamo tutto il tempo di decidere dove andare, quando stiamo nel corridoio.
Si può fuggire da un corridoio? Certo, basta muovere le gambe, metterle una davanti all'altra in rapida successione e scegliere una direzione. Ma quando si corre si ha poco tempo per decidere e la soglia che si supera potrebbe non essere quella giusta o, semplicemente, potrebbe non essere la migliore.
E affrontarlo? Accidenti, come si può affrontare un corridoio? Ma soprattutto come lo si può vincere? Certo, ci si potrebbe munire di un grosso martello e abbattere tutte le pareti del corridoio, così vedremmo cosa offre ogni stanza. Ma non ci sarebbero più le porte, quindi non avremmo fatto altro che creare un corridoio più grande. In un luogo grande, si sa, è molto più facile perdersi.
Perché allora non fermarsi un po' in questo corridio? C'è un bel distributore di bibite sulla destra che offre tutto quello che desideriamo e c'è perfino una macchina del ghiaccio per rinfrescarle in caso di necessità. Al centro c'è una grande poltrona in pelle rossa, non proprio nuovissima, e appeso al muro di fronte si può ammirare un poster che raffigura una spiaggia tropicale; ci sono le palme, la sabbia bianchissima, l'acqua di un celeste accecante e qualche uccello che svolazza beato. Ogni tanto passa qualcuno nel corridoio. Se non è uno dei "corridori", si riesce a scambiare addirittura qualche parola. Se si è davvero fortunati, ti chiede di fargli un po' di spazio sulla poltrona e si siede con te a godere l'immagine offerta dal vecchio poster, ad assaporare l'aria del corridoio, a trasmetterti le sue impressioni e ad assorbire le tue. Ad un certo punto uno dei due si alzerà e sceglierà una porta, quella giusta per quel momento, sicuramente. A volte capita che ci si alzi contemporaneamente e si superi insieme la stessa soglia; è indescrivibile quanto sia meraviglioso e appagante. Ma questo è un evento raro quanto una goccia d'acqua dolce in un oceano.
La malinconia può darti tutto quello che vuoi e prenderti tutto ciò che hai.
Proprio come una puttana.

giovedì, agosto 31, 2006

Lotta di classe

Stanotte, mentre mi rigiravo nel letto cercando la posizione migliore per liberarmi dal gas intestinale in eccesso (o forse cercavo una buona posizione per dormire, chissà), mi è tornato alla mente un episodio accaduto quando avevo circa 15 anni (uno o due secoli fa, quindi).
Assieme a due amici mi trovavo in un locale del mio paese che allora si chiamava Gorky, se la memoria non mi inganna. Stavamo seduti su una panchina, nel giardino del suddetto locale, e nella panchina vicino alla nostra sedevano tre giovani pulzelle che parlavano tra loro e ogni tanto buttavano un occhio nella nostra direzione (come peraltro facevamo noi verso di loro). A questo punto, uno dei miei due amici attacca bottone (a quei tempi ero piuttosto timido) e comincia a far domande. Non ricordo in che modo, ma il discorso è caduto su ciò che loro pensavano di noi. Mi rimase impresso il fatto che riuscirono a rispondere con un'espressione tanto ridotta quanto significativa, almeno per loro: ci definirono "quelli che studiano".
Ero stato classificato, etichettato, giudicato perché ogni giorno mi svegliavo la mattina alle 6, prendevo un treno e rientravo a casa alle 15 del pomeriggio, per poi passare una (piccola) parte della serata sui libri.
La definizione, nonostante le apparenze, era tutt'altro che lusinghiera, perché sottintendeva tutta una serie di sotto-definizioni più specifiche e meno interpretabili: "puzza sotto al naso", "saccenti", "narcisisti" e via discorrendo.
Allora la cosa mi fece sorridere e, da buon narciso quale venivo definito, pensai a quanto fossero stupide e superficiali. Con il senno di poi però ho capito che, in parte, facevo lo stesso. Ricordo che anche per me loro erano "quelli che non studiano", e sebbene non lo vedessi come un fatto negativo in se, li classificavo comunque, escludendoli in qualche modo dalla cerchia di cui ero invece parte integrante.
Allora, nella mia quasi totale ignoranza e immaturità, non mi resi conto di quanto fosse pericoloso questo modo di pensare: classificare, etichettare.
Oggi siamo tutti classificati. Ebrei, cristiani, musulmani, americani, palestinesi, italiani, cinesi, neri, zingari, commercialisti, omosessuali (si, li ho messi vicini di proposito), eccetera. Tutti subiamo l'onta o l'onore di ricevere una o più etichette. Se l'etichetta è riconosciuta come buona dalla morale comune, allora stiamo a posto.
Dopo che abbiamo un'etichetta addosso è difficile scrollarsela di dosso.
Un cinese? Tutti uguali. Occhi a mandorla e abiti contraffatti.
Uno zingaro? Zozzo e ladro.
Un musulmano? Terrorista.
Ci hanno provato anche i tedeschi ad ettichettarci, prima della sfida mondiale. Ci hanno dato dei pizzettari e si sono trovati due belle pizze calde nella loro porta.
Ma gli uomini (e le donne) dove li mettiamo? Le persone con le loro idee? Non voglio credere che tutti i musulmani siano dei Bin Laden, come non credo che tutti gli italiani siano dei Totò Riina.
La classificazione è la base dell'odio. L'odio personale è raro, l'odio verso un gruppo di persone nettamente identificato è invece consuetudine omertosamente accettata.
Un esempio semplice e banale? Basta guardare gli stadi di calcio. In quel caso la classificazione è portata, da alcuni, fino all'eccesso della violenza.
Se il classificare porta a conseguenze così tragiche in un campo di calcio, come possiamo stupirci dei risultati che questo nostro modo di pensare porta nel mondo reale?

mercoledì, agosto 30, 2006

Siamo fuori dal tunnel

Mai appisolarsi dopo aver mangiato pesante, può nascerne solo un incubo.
Mi ritrovo in macchina con un amico, mentre andiamo a raggiungere due amiche che ci aspettano in non so quale locale di Cagliari. Una di queste due mi piace, ma non riesco mai ad avere con lei un incontro ravvicinato, per cui sono tutto eccitato per l'opportunità della serata.
Arriviamo al locale, una sorta di palestra delle dimensioni di un campo di calcio con dentro poco meno di un milione di persone e altrettanti tavolini.
Con incredibile facilità troviamo il tavolino delle nostre amiche, le quali si sono (vi ho già detto che era un incubo, vero?) già date da fare; al loro tavolo infatti ci sono già seduti dei bei maschioni.
Ma mentre ci avviciniamo, il tavolino diventa un tavolo da pranzo rettangolare, a un capo del quale ci sono le nostre due amiche con i nuovi amici e al capo opposto sediamo noi.
Improvvisamente anche noi ci troviamo circondati da ragazze e ragazzi sconosciuti (ma con volti oniricamente familiari), con i quali cominciamo a parlare con immensa naturalezza, come se ci conoscessimo da anni (certo, dove altro può capitare se non in un incubo?).
A un certo punto, questi ragazzi ci invitano ad andare con loro chissà dove. Al che mi avvicino all'amica che mi piace e le chiedo se le va di venire con noi. Lei declina l'invito, dicendo che i ragazzi che stanno con loro sono automuniti e possono tranquillamente accompagnarle (le sue parole esatte sono state: "LUI ha 19 anni, può guidare". Si, ma pelo pelo, pedofila.). Stronza (è il mio incubo, posso insultarla quanto mi pare)!
Il mio amico ed io ci avviamo verso la macchina, che ho parcheggiato vicino a dei cassonetti della spazzatura. Casualmente, metà del milione di persone che si sollazzava nell'immenso locale sta andando dove andiamo noi (ci sarà un rave in un campo di pallanuoto?). Allora mi affretto, per evitare la coda di automobili che sicuramente si formerà. Arrivo alla macchina e non c'è nessuno nei paraggi, ma un piccolo cassonetto blocca l'uscita. Però che fortuna, ha le ruote ed è leggero, lo spingo da parte. Mentre torno verso la mia auto, arriva un cassonetto della spazzatura guidato (si, guidato, non spinto) da un uomo abbastanza incavolato; pare che gli abbia fregato il parcheggio! Sistema il suo cassonetto Ford (o forse era un Volkswagen?) davanti a quello che avevo appena spostato e si allontana sbraitando.
Finalmente in macchina, ma devo sbrigarmi: il fiume di gente sta arrivando. Infilo la chiave di accensione e la giro. Niente. L'auto non vuol saperne di partire. Guardo sconsolato il mio amico che se la ride seduto di fianco a me.
Sono in discesa, decido di provare il tutto per tutto. Tolgo il freno a mano e lascio scivolare all'indietro la macchina. Con una manovra degna dei migliori Starsky ed Hutch riesco a raddrizzare la mia Focus, mettendola muso a favore della discesa e provando ad accenderla sfruttando la forza di gravità (fortuna che si trova anche negli incubi).
Niente.
Silenzio assoluto.
A un certo punto mi rendo conto di non vedere dove sto andando. Invece di avere davanti a me il parabrezza, vedo la parte laterale della macchina, con il montante da cui parte la mia cintura di sicurezza proprio davanti al naso.
"Cacchio" mi dico, "questa macchina è proprio storta. Che mi abbiano tamponato e non me ne sia accorto?"
Certo, se non fossi stato immerso in un incubo mi sarei subito reso conto (grazie alla mia immensa intelligenza) che sarebbe servito un treno merci con 50 vagoni carico di piombini da pesca lanciato a 200 kilometri l'ora per storpiare un'auto a quel modo, ma in quel momento mi è sembrata la naturale conseguenza di un leggero tamponamento in parcheggio.
Cerco di fermare l'auto a bordo strada ma è difficile, molto difficile; ho il timore di sbattere da qualche parte perché non riesco a togliermi da davanti la cintura di sicurezza. Il bello è che da qualunque parte giri la testa ho sempre la cintura di sicurezza davanti agli occhi (non sono certo di avervelo già detto, ma si tratta di un incubo).
Decido di frenare senza prestare troppa attenzione; l'operazione riesce senza danni apparenti.
Scendo dalla macchina, vado sul davanti per verificare i danni e la guardo con attenzione. A parte il fatto che più che una Ford Focus sembrava una Fiat Punto taroccata (ovvio direte voi, era un incubo!), la macchina sembrava dritta. La frustrazione cominciava a montare in me (nell'incubo ovviamente, nel mio corpo sul divano era già montata a causa della stronza).
Nel frattempo, il mezzo milione di persone che emigrava dallo stadio coperto alla nuova meta mondana passava vicino a noi; tutti a piedi. "Normale" avrei detto da sveglio "il treno di piombini da pesca deve aver preso anche le loro automobili."; però sembravano molto più sereni di me.
Mi sposto sulla parte posteriore dell'auto e anche li sembra tutto a posto. Faccio per tornare davanti ma con la coda dell'occhio vedo qualcosa di strano. Sull'angolo posteriore destro dell'auto c'è un piccolo graffio. Mi avvicino per controllarlo meglio e il graffio diventa un grosso bozzo. Disperato, volgo il mio sguardo verso la ruota posteriore sinistra che risulta completamente sgonfia e deformata (la soluzione, se fossi stato sveglio e non in un incubo, sarebbe stata ovvia: avevo lo sguardo di Ciclope degli X-Men e qualunque cosa guardassi veniva distrutta. In quel momento non mi sarebbe dispiaciuto intravedere la stronza di cui sopra in mezzo alla fiumara di gente).
"Ma porca troia" ho pensato sia nell'incubo che nel dormiveglia "mi hanno tamponato e bucato una gomma". Che uomo perspicace sono quando sogno.
Guardando meglio la ruota posteriore sinistra mi accorgo che è molto storta (ecco spiegato il fatto della cintura sempre davanti agli occhi). Ma guardando meglio non solo è storta, piuttosto NON è la ruota della mia macchina!
E' una ruota di Vespa 50 Special, completa di tutto il retrotreno, corpo motore e leva di accensione compresi! A questo punto la mia frustrazione diventa furia purissima. Strappo tutto il retroreno della Vespa (che, ricordo, stava attaccato alla mia Ford Focus) e lo scaravento sul marciapiede. Mi accorgo solo in quel momento che sto su un ponte, con un enorme fiume che scorre sotto di me.
E mi sveglio, leggermente sudato, con il cuore a mille.
Mai appisolarsi dopo aver mangiato pesante.